Sinossi

Tutti conoscono il nome di Heinrich Schliemann, il mitico scopritore di Micene, Tirinto, Orcomeno e Troia, il cui nome ci riporta all’Iliade, all’Odissea e alla questione omerica, dove ci si domandava: ma Omero sarà mai esistito? Possibile che un cantore della fine dell’VIII secolo (la scrittura fu introdotta intorno al 750 a.C.) potesse descrivere con tanti dettagli una città messa a ferro e fuoco intorno al 1250 a.C., ovvero 500 anni dopo? Tanti interrogativi Schliemann non se li pose, guidato dalla fede assoluta nella veridicità di Omero e bene armato di zappa e pala (come lui stesso scrive), scavò sulla collina di Hissarlik, in Turchia, e trovò Troia. Schliemann è stato a Napoli almeno dieci volte, non solo perché da qui prendeva la nave per raggiungere la sua casa ad Atene, ma anche perché amava questa città nonostante non fosse più la splendida capitale europea del XVIII secolo ma fosse divenuta nell’Ottocento socialmente molto problematica. Non è quindi un caso che morì proprio a Napoli, a Natale del 1890, prima di imbarcarsi per Atene... voleva ancora rivedere le nuove scoperte di Pompei e le nuove acquisizioni del Museo Archeologico Nazionale. A Pompei aveva conosciuto il giovane ispettore Giuseppe Fiorelli, che avrebbe rivisto poi a Napoli come direttore del Museo Nazionale e nuovamente a Roma in qualità di Direttore Generale delle Antichità del nuovo Regno d’Italia. Con Fiorelli ebbe dunque un lungo sodalizio, testimoniato da un frequente scambio epistolare, in parte noto grazie al napoletano Domenico Bassi che nel 1927 pubblicò nell’ormai raro libro Il carteggio di Giuseppe Fiorelli, qui riprodotto in appendice insieme alle trascrizioni dei diari di viaggio napoletani, i cui originali sono custoditi oggi presso l’American Academy di Atene.